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venerdì 20 gennaio 2012

Ley SOPA, la mayor amenaza para la libertad de expresión


Por: Oscar Flores

Los grandes poderes fácticos compuestos por las empresas y personalidades del Imperio nazista que tienen como garrote la “Propiedad Intelectual” de lo creado por la humanidad contra la humanidad de todos los pueblos del mundo: SU LIBERTAD DE EXPRESIÓN.

“El Internet es un moderno campo de batalla. Un extremo de este campo de batalla se compone los grandes poderes fácticos compuestas por las empresas y personalidades del Imperio nazista que tienen como garrote la “Propiedad Intelectual” de lo creado por la humanidad (Propiedad Industrial, Derechos de Autor en juegos de videos, películas,… y similares.) y al otro extremo Internet (específicamente, la gran mayoría de la gente común que utiliza este instrumento para obtener información, entretenimiento y la comunicación. El Primer extremo quiere controlar más de lo que controla al segundo extremo, ahora se impone con mayor rigor ese control La Ley SOPA”

Alejandrina Álvarez. Especialista en Gestión dela Propiedad Intelectual. La Ley de Protección de IP (Ley PIPA) proyecto de ley del Senado de EE.UU. presentado por el senador Patrick Leía, junto con su homóloga Ley de Detención de la Piratería en Internet (Ley SOPA) son proyectos de ley diseñados para proporcionar el gobierno de USA como a los titulares de Derechos de Autor (estando este derecho como los de propiedad Industrial privatizadas) facultades para bloquear el acceso a "sitios Web “dedicados” a cometer delitos o falsificados", en especial los inscritos fuera de los Estados Unidos. Desde su presentación el 11 de mayo de 2011, el proyecto de ley no se ha cumplido por la oposición de varios activistas de derechos digitales y bloggeros por su intromisión en las actividades en línea protegido por la primera enmienda de la libertad de expresión. La audiencia en el Congreso de ambos proyectos de ley se inició el 16 de noviembre del 2011.

En el Fondo, Si es aprobada por el Congreso de USA, la Ley de Protección de IP le permitiría al gobierno frenar el acceso del público a los sitios Web que no tienen "uso significativo", que infrinjan los derechos de autor, que puedan permitir o facilitar la violación de este derecho. También haría que los medios de comunicación no autorizados transmitan actos de felonía y hacer a los editores Web y servicios de alojamiento responsables de poner freno a sus usuarios en publicar elementos que viole los contenidos que tienen Derecho de Autor. Además, Ley SOPA deshace de las disposiciones de salvaguarda de la Digital Millennium Copyright Act, que otorga inmunidad a sitios Web ante la persecución, siempre y cuando actúen de buena fe y puedan eliminar contenidos que comentan infracción, previa notificación. Según la interpretación estricta, una amplia gama de comunidades online y redes sociales como YouTube, Twitter y Facebook han de censurar a sus usuarios si no se apagan ala Ley PIPA O SOPA. Los usuarios que no cumplan con lo pautado en la ley podrán ser encarcelados por cinco años si publican sin autorización cualquier obra “protegida”.

Las reacciones por parte de empresas y especialista no se han hecho esperar puesto que Ley SOPA (la más agresiva) ha sido rechazada por la Fundación Fronteras Electrónicas (FEP), Yahoo, eBay, American Express, Google, Reporteros sin Fronteras y Human Rights Watch. Después que EFF titulara en el blog "¿Qué está en la lista negra?" la lista de medios de intercambio de servicios Vimeo y Flickr, y e-commerce y Etsy como sitios Web están en peligro bajo la Ley OPA. La lucha por el futuro publicó de la Internet se esta haciendo cada vez más acuesta para los usuarios de este instrumento tecnológico y el uso del mismo por parte de los pueblos del Mundo. Esperamos que el Servicio Autónomo dela Propiedad Intelectual (SAPI) establezca una posición contundente contra semejante amenaza que se cierne sobre Venezuela.

Tomado de Deslinde
http://deslinde2011.blogspot.com/2012/01/ley-sopa-la-mayor-amenaza-para-la.html

AntiCopyright


Ciò che è di questo mondo ha un prezzo. Nulla sembra sottrarsi a questa legge imperativa. Qualunque qualcosa desideriamo, la dobbiamo pagare. Il copyright, la «riserva del diritto d’autore sulla riproduzione di un’opera» (libro, disco, programma che sia), è un chiaro esempio di come sia il denaro a scandire la nostra vita, a regolarla e ad orientarla. Quando andiamo in libreria e acquistiamo un libro, sborsando una somma più o meno elevata, ne usciamo solitamente soddisfatti di poter godere un bene che riteniamo di aver liberamente scelto. Ma non è proprio così. La nostra scelta dipende dalle nostre possibilità economiche, dalla selezione di libri che qualcuno ha messo “a nostra disposizione”; qualcuno che a sua volta ha dovuto scegliere fra i libri che un altro ancora ha scelto per lui. Dunque il lettore è condizionato dalle scelte del libraio, che è condizionato dalle scelte del distributore, che è condizionato dalle scelte dell’editore.

Il risultato di questo iter non ha nulla a che vedere con il nostro “sapere” e la nostra “cultura”, ma solo col conto in banca dei tanti bottegai.

In tutto ciò il copyright svolge un ruolo importante, determinando le scelte di un editore, il prezzo di un libro, la sua stessa presenza in libreria, fino alla nostra possibilità di acquisto. Serve cioè ad arricchire chi sfrutta un nostro desiderio: leggere un libro, ascoltare un disco o quant’altro. Come ogni proprietà, esso è un furto.
Da queste semplici considerazioni si potrebbe arguire che chi sostiene il copyright sia chi crede nella proprietà e nello sfruttamento e chi lo rifiuta si batta contro questo mondo basato sul profitto. Invece no. Basta darsi una occhiata attorno per accorgersi di come le carte si siano mescolate, al punto che oggi è possibile sentir criticare l’utilizzo del copyright da chi non ha alcun interesse a cambiare le cose, mentre lo si vede non di rado usare da chi avrebbe tutti i motivi per non farlo.
Ciò che permette a un reggicoda dell’esistente di sostenere l’abolizione del copyright è la mutazione del sistema di dominio che, dopo aver affidato per secoli la propria sopravvivenza alla conservazione dell’ordine delle cose, fa dell’innovazione la garanzia della propria perpetuazione. Il potere non rimane più attaccato con i denti e con le unghie al passato e alle sue forme, ma al contrario si riproduce aggiornandosi continuamente, preparando il futuro per poterlo controllare. Ecco spiegato come il copyright possa essere visto come un ostacolo al dinamismo del capitale, un intralcio alla circolazione di beni e di merci. Perché far pagare a uno schiavo le catene che lo imprigionano; non è più sicuro regalargliele, senza correre rischi?
Così, dietro alla richiesta dell’abolizione del copyright rivendicata da alcuni come “nuovo diritto sociale” si cela un’esplicita richiesta di efficienza, l’esigenza di fare andare avanti le cose senza perdere tempo, nella certezza che le perdite economiche che forse deriverebbero dalla scomparsa dei diritti d’autore sarebbero comunque ininfluenti rispetto ai vantaggi offerti — in termini di stabilità e di controllo sociale — dalla rapidità di diffusione delle merci. Non sappiamo se il capitale sarà tanto intelligente da rinunciare ad una fonte di profitto, trasgredendo una delle sue stesse regole fondamentali. Certo, la cosa ci appare piuttosto improbabile — considerando il fatto che una eventuale abolizione del copyright potrebbe costituire un pericoloso precedente — ma non impossibile.
Ma in fondo, anche se ciò accadesse, cambierebbe forse qualcosa per noi? Saremmo solo più “liberi” di produrre e di consumare merci.
Dove i furbi sostenitori dell’abolizione del copyright dimostrano la propria miseria, è nella richiesta che venga riconosciuto un “diritto sociale”. Rivendicare un diritto, qualsiasi esso sia, non costituisce forse un’ulteriore legittimazione dello Stato? Chi chiede diritto dice dovere. Diritti e doveri esistono quando esiste una forza esterna in grado di stabilirli, di amministrarli e di punirne la trasgressione: lo Stato. Questi democratici critici del copyright danno una mano in più al potere per aggiornarsi, indicandogli i suoi possibili punti deboli; anche utilizzando una fraseologia “radical”, non riescono comunque a nascondere la loro malafede, quando criticano il copyright mentre ne fanno uso a piene mani.
Ma, oltre ai servi che dicono di voler “abolire” il copyright, ci sono anche compagni che lo utilizzano tranquillamente. Ce ne siamo chiesti le ragioni e siamo riusciti a trovarne alcune:
a) una certa indolenza mentale che porta a riprodurre comportamenti altrui senza domandarsi il perché; b) le segrete brame di chi in cuor suo auspica di veder riconosciuto il proprio genio; c) lo spirito del quieto vivere di chi, pur di non avere grane, è disposto a pagare, pagare, pagare.
Per parte nostra, il rifiuto che facciamo del copyright non lo riconduciamo ad una questione di diritto, ma di libertà. In altre parole lo combattiamo perché siamo intenzionati a demolire questo mondo e quindi le sue regole basate sulla proprietà, sul profitto, sul lavoro, sulla gerarchia.
Ecco perché chiunque può usare il nostro materiale, senza chiederci permessi di sorta, senza comunicarcelo e senza citare la fonte, proprio come faremo noi, infischiandoci di possibili multe o malumori.
Prendere ciò di cui si ha bisogno e ciò che si desidera, liberamente e gratuitamente, senza pagare e senza chiedere permessi.

lunedì 16 gennaio 2012

LA CRIMINALITA' DELLE LEGGI SUL COPYRIGHT E SUI BREVETTI di Benjamin Tucker


Le leggi sui brevetti e sui diritti di copyright sono i mezzi tramite i quali lo Stato, che è il più grande dei monopoli criminali e tirannici, garantisce speciali, monopolistici privilegi a pochi a spese di molti per proteggere inventori e scrittori contro la competizione per un periodo lungo abbastanza da metterli in condizione di estorcere alla gente una remunerazione enormemente superiore al valore dei loro servizi.
L'abolizione di questi monopoli potrebbe regalare ai loro attuali beneficiati una salutare paura della competizione che potrebbe indurli a contentarsi di pagamenti per i loro servizi uguali a quelli che altri lavoratori prendono per i loro, e a mettersi al sicuro proponendo i loro prodotti e lavori sul mercato fin da principio a prezzi tanto bassi che il loro modo di fare affari non potrebbe tentare altri a mettersi in competizione con essi.
I monopoli dei Brevetti e del Copyright sono una specie di diritti di proprietà che dipendono per la loro legittimità dalla sottile nozione di "proprietà nelle idee".
I difensori di questa proprietà propongono una analogia fra la produzione di cose materiali e la produzione di astrazioni, e per questo paragone dichiarano che il costruttore di prodotti mentali, non meno del costruttore di prodotti materiali, è un lavoratore degno del proprio salario. Fin qui va bene.
Ma, per completare le loro tesi, essi sono costretti ad andare oltre, e a esigere, in violazione della loro stessa analogia, che il lavoratore che crea prodotti mentali, a differenza di quello che crea prodotti materiali, abbia diritto all'esenzione dalla competizione. Poichè il Signore, nella sua saggezza, o il Diavolo, nella sua malizia, ha disposto le cose così che l'inventore e lo scrittore produca naturalmente da uno svantaggio, l'uomo, nelle sue forze, propose di supplire alla (divina o diabolica) mancanza con un artifizio che non soltanto elimina lo svantaggio, ma in realtà dà all'inventore o allo scrittore un vantaggio che non ha nessun altro lavoratore - un vantaggio, per giunta, che in pratica va, non all'inventore o all'autore, ma al promotore e all'editore ed al monopolista.
L'argomento per la proprietà nelle idee può sembrare di primo acchito convincente, ma se tu ci pensi abbastanza a lungo, comincerai ad esserne sospettoso. La prima cosa, forse, a destare il tuo sospetto sarà il fatto che nessun sostenitore di tale proprietà propone la punizione di quelli che la violano, essendo soddisfatti loro stessi dal porre coloro che violano tale proprietà sotto il rischio di pericolose cause legali, e che quasi tutti loro desiderano che anche il rischio delle cause legali scompaia quando il proprietario ha goduto del suo diritto per un certo numero di anni.
Allora, se, come Alphonse Karr, scrittore francese, ha rimarcato, la proprietà delle idee è una proprietà uguale ad altri tipi di proprietà, allora le sue violazioni, come le violazioni delle altre proprietà, meritano la punizione dei criminali, e la sua vita, come quella di ogni altra properità, dovrebbe essere assicurata contro lo scorrere del tempo. E sorge il sospetto che la mancanza di coraggio nelle proprie convinzioni possa essere dovuta a un istintivo sentire di essere nel torto.
Io suppongo che, se fosse possibile, e se fosse mai stato possibile, per un illimitato numero di individui usare in un numero illimitato di posti la stessa cosa concreta nello stesso tempo, allora non ci sarebbe potuto essere nulla di simile all'istituzione della proprietà.
In tali circostanze, l'idea di proprietà non sarebbe mai entrata nella mente umana o, se vi fosse entrata, sarebbe stata sommariamente lasciata da parte come un'assurdità tale da essere seriamente considerata solo per un momento.
Se fosse stato possibile per una creazione concreta o un adattamento della natura risultato dagli sforzi di un singolo, essere usato contemporaneamente da ogni individuo, inclusi il creatore o adattatore, impedendone la realizzazione, fino a fissare una legge per prevenire l'uso di una cosa concreta senza il consenso del creatore o adattatore, e venendo garantiti da una violazione a uno, tale violazione sarebbe stata benvenuta come una benedizione per tutti - in breve, sarebbe stata vista come il più fortunato elemento nella natura delle cose.
La ragion d'essere della proprietà si trova nel fatto (vero) che non c'è alcuna possibilità, de facto che sia impossibile, nella natura delle cose, per un oggetto concreto essere usato in differenti posti allo stesso tempo.
Esistendo questo fatto, nessuno può rimuovere da un altro un suo possesso ed usare la creazione concreta di un altro senza spogliare perciò tutti gli altri dell'opportunità di usare ciò che è stato creato, e per questa ragione diventa socialmente necessario, dacchè una società prosperosa si basa sull'iniziativa individuale, proteggere l'individuo produttore nell'uso delle sue concrete creazioni proibendo ad altri di usarle senza il suo consenso.
In altre parole, diventa necessario istituire la proprietà privata nelle cose concrete.
Ma tutto ciò è accaduto tanto tempo fa che adesso noi abbiamo totalmente dimenticato ciò che accadde. Infatti, è veramente incerto se, al tempo dell'istituzione della proprietà, quelli che la fondarono abbiano realizzato e compreso il motivo che li spingeva.
Gli uomini spesso operano per istinto e senza l'analisi che concorda con la corretta ragione.
Coloro che istituirono la proprietà forse erano costretti dalle circostanze inerenti la natura delle cose, senza realizzare la quale, sarebbe stata stravolta la natura delle cose. Essi non avrebbero istituito la proprietà.
Ma, anche supponendo che avessero compreso a fondo la strada imboccata, noi abbiamo dimenticato ciò che compresero.
E così è arrivato il momento che abbiamo fatto della proprietà un feticcio ; che noi consideriamo come una cosa sacra ; abbiamo messo il dio della proprietà su di un altare come un idolo ; e molti di noi non stanno facendo soltanto quel che noi possiamo fare per perpetuare il nostro regno nei limiti della nostra sovranità, ma anzi stanno erroneamente tentando di estendere il loro dominio su cose ed in circostanze che, nelle loro caratteristiche-chiave, sono precisamente opposte a quelle in cui si è sviluppato il potere della proprietà.
Tutto ciò che è da dire, per sommi capi, è che dalla giustizia e necessità sociale della proprietà delle cose concrete noi abbiamo erroneamente assunto la giustizia e necessità sociale della proprietà delle cose astratte - che è la proprietà delle idee - con il risultato di privare di validità, in un'estensione lata e deplorevole, quell'elemento fortunato nella natura delle cose, nelle circostanze non ipotetiche, ma reali - cioè, l'incomminesurabile, fruttuosa possibilità di usare le cose astratte da un qualsiasi numero di individui in un qualsiasi numero di posti e precisamente allo stesso tempo.
Noi siamo frettolosamente e stupidamente saltati alla conclusione che la proprietà nelle cose concrete implicasse logicamente quella nelle astratte, dal momento che, se abbiamo avuto la cura e la perspicacia di fare un'accurata analisi, noi abbiamo trovato che la vera ragione che detta la convenienza della proprietà nelle cose materiali rinnega la convenienza della proprietà in quelle astratte.
Noi vediamo qui un curioso esempio di quel frequente fenomeno mentale, cioè la precisa inversione della verità da parte di una visione superficiale.
Di più, qualora le condizioni fossero le stesse in ambo i frangenti, e le cose concrete potessero essere usate da differenti persone in differenti luoghi in uno stesso tempo, allora, dico io, anche se l'istituzione della proprietà nelle cose concrete sarebbe in queste condizioni manifestamente assurda, sarebbe infinitamente meno distruttiva delle opportunità individuali, e infinitamente meno dannosa al benessere umano, che l'istituzione della properietà per le cose astratte.
E' facile vedere che, accettando l'ipotesi che una singola pannocchia sia continuamente e permantentemente consumabile, da un indefinito numero di persone disseminate sulla superficie della terra, anche la istituzione della proprietà nelle cose concrete che assicurerebbe al seminatore di grano l'esclusivo uso di ciò che cresce nel suo campo non potrebbe, nel fare ciò, togliere ad altre persone il diritto di seminare altri campi e diventare coloro che godono esclusivamente dei rispettivi campi ; l'istituzione legale della proprietà nelle cose astratte invece non solo assicura all'inventore del vapore l'uso dell'energia che egli ha ora creato, ma allo stesso tempo toglie a tutte le persone il diritto di inventare loro stesse altre energie che partano dalle stesse idee.
La proprietà perpetua nelle idee, che è la logica conseguenza di ogni teoria della proprietà delle cose astratte, per l'essere vissuto di James Watt, avrebbe fatto dei suoi diretti eredi i proprietari di almeno nove decimi della ora esistente ricchezza del mondo.
E avrebbe fatto in modo che, in forza della di vita dell'inventore dell'alfabeto romano, ora tutti i popoli altamente civilizzati della terra sarebbero gli schiavi virtuali degli eredi di quell'inventore, che è un altro modo per dire che essi, anzichè diventare altamente civilizzati, sarebbero rimasti in uno stato di semi-barbarie. Mi sembra che queste due affermazioni, incontrovertibili dal mio punto di vista, siano in sè sufficienti a condannare la proprietà perpetua delle idee.

sabato 7 gennaio 2012

DECENTRUM Records MixTapes










--download
VOL.4 ŚCIĄGNIESZ TUTAJ - DOWNLOAD HERE
http://www.mediafire.com/?vrt3famv90uflbn

VOL.3 ŚCIĄGNIESZ TUTAJ - DOWNLOAD HERE
http://decentrum.bzzz.net/radioclash/dc_rec_mixtape_vol.3.zip

VOL.2 ŚCIĄGNIESZ TUTAJ - DOWNLOAD HERE
http://decentrum.bzzz.net/radioclash/dc_rec_mixtape_vol.2.zip

VOL.1 - ŚCIĄGNIESZ TUTAJ - DOWNLOAD HERE
http://decentrum.bzzz.net/radioclash/dc_rec_mixtape.zip

http://decentrum.bzzz.net/records/

domenica 18 dicembre 2011

DOWN WITH ASCAP


ASCAP Assails Free-Culture, Digital-Rights Groups
by By David Kravets

The association representing 380,000 composers, songwriters, lyricists and others associated with the music industry has begun a fund-raising campaign to stifle groups that support free culture and digital rights.

The American Society of Composers, Authors and Publishers is urging the membership to donate money to battle the Electronic Frontier Foundation, Public Knowledge and even Creative Commons.

In a letter sent to members this week, ASCAP said those groups and unnamed “technology companies” are “mobilizing to promote ‘Copyleft’ in order to undermine our ‘Copyright.’ ”

The letter continues, saying “the truth is these groups simply do not want to pay for the use of our music. Their mission is to spread the word that our music should be free.”

Read more.. (@Wired)
http://www.wired.com/threatlevel/2010/06/ascap-assails-free-culture-digital-rights-groups/


SUPPORT THE COPYLEFT MOVEMENT
BURN ALL CAPITALISTS


http://zoneofthefree.blogspot.com/search/label/COPYLEFT

sabato 17 dicembre 2011

Carlo Gubitosa - Elogio Della Pirateria


Elogio della pirateria e' un saggio di Carlo Gubitosa. L'autore affronta lo spinoso tema della pirateria odierna, diffusa non piu' in campo navale ma in molteplici settori dell'agire umano nei quali si configurerebbe sempre di piu' come pratica sociale o meglio ribellione creativa, come suggerisce il sottotitolo del libro, messa in atto da un numero sempre crescente di individui in reazione a delle regole avvertite come ingiuste.

--SCARICA PDF
http://www.punk4free.org/download/ebooks/Carlo.Gubitosa.-.Elogio.Della.Pirateria.pdf

domenica 4 dicembre 2011

I Jornadas Software Libre y Anarquismo [Agenda]


Agenda de estas primeras jornadas de software libre y anarquismo organizadas por la Sección de Teleco. y Servicios Informáticos de Madrid. Todas las actividades tendrán lugar en los locales de la CNT madrileña (plaza de Tirso de Molina, 5. 2º izq.) los días 16, 17 y 18 de diciembre.

Leer Comunicado de presentación
http://informaticamadrid.cnt.es/noticia/jornadas-sobre-software-libre-y-anarquismo


Cartel para imprimir
http://informaticamadrid.cnt.es/social/imagenes/cartel-jornadas-imprimir.jpg

AGENDA DE LAS JORNADAS

Viernes 16 de diciembre

19:00 - "Evolución del sindicalismo / Situación actual del sector TIC"

Esta primera charla constará de dos partes:

La primera, una presentación de la historia del movimiento obrero en España en la que se repasarán los momentos clave. Desde la S.T.S.I. creemos que esto es fundamental para poder entender la actual situación del sindicalismo y de la clase trabajadora.

A continuación profundizaremos en el sector de la informática, de reciente creación. Un sector donde reina la precariedad y que, tras el estallido de la burbuja de las .COM, está altamente polarizado en lo que a sueldos se refiere, habiendo un extremo con sueldos bastante altos comparados con el resto de la clase obrera y el otro con sueldos rozando o incluso por debajo del convenio colectivo que aplique, dado que no se dispone de un convenio propio.

20:30 - "Software Libre y Anarquismo"

¿Es el Software Libre un movimiento anarquista? ¿Son tan importantes las libertades que aporta a sus usuarias y usuarios o lo es más la comunidad que se genera? ¿Qué papel juega la economía capitalista en estas comunidades? ¿y la anarquista? Estas son algunas de las preguntas que trataremos de responder en este breve artículo. Para ello revisaremos textos fundacionales, revisionistas, así como la historia de algunas comunidades de Software Libre paradigmáticas.

Sábado 17 de diciembre

11:00 - "Introducción a FreeBSD"

FreeBSD es un sistema operativo open source orientado a servidores con una historia de mas de 40 años. Veremos que es un sistema operativo y por qué es importante tenerlo en cuenta. Que ha marcado la historia de este peculiar y desconocido sistema y como se organizan los voluntarios que lo hacen posible.

Al completar la visión inicial de que es el sistema y el proyecto, veremos las funcionalidades más distintivas, los últimos desarrollos y mostraremos algunas capturas de pantalla de la versión 9.0 que está a punto de salir.

12:30 - "Rastros Digitales"

Cada vez que usamos nuestros PCs dejamos detrás de nosotros un rastro de información del cual no somos conscientes.

En nuestra sociedad actual es necesario saber quienes pueden estar interesados en los datos que vamos dejando y que técnicas usan para recolectar esta información. Y mucho mas importante, que se puede hacer para que no estemos tan expuestos.

17:00 - "Taller: montaje, configuración y reparación de PCs"

En este taller aprenderemos las normas e instrucciones basicas para montaje, configuración y reparación de PCs. Contenido del taller:

Clase N1: Clasificación y reconocimiento de equipos.
Clase N2: Exploración de componentes y equipos.
Clase N3: Declaración de dispositivos. Setup.
Clase N4: Elementos de taller. Conceptos de Electrónica. Mediciones.
Clase N5: Interconectividad entre dos equipos.­

Os pedimos a todos aquellos que estéis pensado en asistir a esta actividad que nos lo comuniquéis ya que tenemos que preparar los equipos. Para ello podéis mandarnos un e-mail a informatica.madrid@cnt.es

20:00 - "Software Libre para activistas políticos"

Experiencias anteriores nos dicen que ante una charla más teórica (ver la siguiente conferencia: "Software Libre, un caso práctico de Autonomía Popular") la gente responde muy positivamente, pero a continuación se pierden en el aspecto práctico.

Esta charla intentaría, por un lado presentar las amenazas a las que se enfrenta un activista político en lo que a software (y hardware) se refiere (seguridad, privacidad, anonimicidad, etc.) y por otro explicar cómo le puede ayudar el Software libre a mejorar dichos aspectos.

Se pondrán ejemplos de sofware concreto, sustitutivo de opciones privativas, y también de "buenas prácticas" para desarrollar su actividad política con efectividad y coherencia.

Se analizarán casos prácticos de cómo proyectos políticamente interesantes se han desarticulado precisamente por no prestar la debida atención a estas "buenas prácticas" (ej. wikileaks).

Domingo 18 de diciembre

11:00 - "Software Libre, un caso práctico de Autonomía Popular"

Intentaré dar mi visión sobre cómo el software libre puede tomarse como un ejemplo de Autonomía popular, una revolución realizada día a día y desde abajo, que ha generado alternativas viables a los modelos corporativos.

Se intentará evidenciar la insosteniblilidad de los modelos de software privativo en sus diferentes aspectos (económicos, ambientales, laborales, educativos, etc.) y se describiran las alternativas (con sus aciertos y carencias) del modelo de software libre.

También hablaré de por qué los movimientos sociales deberían implicarse más en la adopción y "evangelización" del software libre, adoptándolo no solo como una herramienta indispensable si no también como una causa propia.

19:00 - "Introducción a los Sistemas de Control de Versiones"

Hoy en día es impensable afrontar el desarrollo de una aplicación sin un sistema de control de versiones, más aún si el equipo está formado por varias personas, esta herramienta nos permitirá compartir código, se ocupará por nosotros de mezclar los cambios y como el código está bajo el control de versiones, no hay motivos para temer que la calidad del código se vaya a ver afectada.

Esta charla mostrará mediante ejemplos didácticos la operativa habitual de subversion, cómo resolver los conflictos entre programadores, generar tags para almacenar versiones estables y branches para almacenar versiones en desarrollo.

Sección de Teleco. y Servicios Informáticos de Madrid

informaticamadrid.cnt.es

lunedì 28 novembre 2011

GRAFICA NERA


Grafica Nera è un progetto artistico di ispirazione anarchica e anti-autoritaria,
il nostro obbiettivo è arricchire la diffusione cartacea e digitale del pensiero libertario realizzando grafiche di nostra iniziativa e anche su proposta di attivist* ( vedi la pagina “collabora con noi” ).
Le nostre produzioni spaziano tra opuscoli, flyer, poster, manualetti, loghi, copertine per dischi e libri, vignette satiriche, fumetti, immagini per serigrafie, piccole animazioni digitali e tante altre cose…

Crediamo nella forza comunicativa dell’immagine e intendiamo servirci di questa potenzialità per fare il solletico alla gente rassegnata a questo mondo senza armonia e a corto di gioia.
In poche parole, vogliamo spargere iconoclastia con le nostre icone.



ANTI-CLAUSOLA SULLE OPERE
- Poiché non crediamo nella proprietà intellettuale e tantomeno in quella privata, tutte le nostre grafiche pubblicate su questo sito sono NO-COPYRIGHT e NO-PROFIT.
- Ogni opera del progetto Grafica Nera è di pubblico dominio e come tale non è coperta da alcun “diritto intellettuale”; perciò ognuno è libero di appropriarsi, di utilizzare o di manipolare a piacimento le nostre opere senza chiedere il nostro permesso.
- Gli autori delle grafiche pubblicate su questo sito declinano ogni responsabilità per qualsiasi utilizzo improprio o manipolatorio delle loro opere da parte di terzi.
- Tutti i contenuti del progetto Grafica Nera sono a puro scopo satirico, artistico o informativo e non vogliono incoraggiare la pratica di alcuna azione illegale.

--graficanera@autoproduzioni.net

--http://graficanera.noblogs.org/

domenica 27 novembre 2011

No copyright


Ciò che è di questo mondo ha un prezzo. Nulla sembra sottrarsi a questa legge imperativa. Qualunque cosa desideriamo, la dobbiamo pagare. Il copyright, la «riserva del diritto d'autore sulla riproduzione di un'opera» (libro, disco, programma che sia), è un chiaro esempio di come sia il denaro a scandire la nostra vita, a regolarla e ad orientarla.
Quando andiamo in libreria e acquistiamo un libro, sborsando una somma più o meno elevata, ne usciamo solitamente soddisfatti di poter godere un bene che riteniamo di aver liberamente scelto. Ma non è proprio così. La nostra scelta dipende dalle nostre possibilità economiche, dalla selezione di libri che qualcuno ha messo "a nostra disposizione"; qualcuno che a sua volta ha dovuto scegliere fra i libri che un altro ancora ha scelto per lui. Dunque il lettore è condizionato dalle scelte del libraio, che è condizionato dalle scelte del distributore, che è condizionato dalle scelte dell'editore.
Il risultato di questo iter non ha nulla a che vedere con il nostro "sapere" e la nostra "cultura", ma solo col conto in banca dei tanti bottegai. In tutto ciò il copyright svolge un ruolo importante, determinando le scelte di un editore, il prezzo di un libro, la sua stessa presenza in libreria, fino alla nostra possibilità di acquisto. Serve cioè ad arricchire chi sfrutta un nostro desiderio: leggere un libro, ascoltare un disco o quant'altro. Come ogni proprietà, esso è un furto.
Da queste semplici considerazioni si potrebbe arguire che chi sostiene il copyright sia chi crede nella proprietà e nello sfruttamento e chi lo rifiuta si batta contro questo mondo basato sul profitto. Invece no. Basta darsi una occhiata attorno per accorgersi di come le carte si siano mescolate, al punto che oggi è possibile sentir criticare l'utilizzo del copyright da chi non ha alcun interesse a cambiare le cose, mentre lo si vede non di rado usare da chi avrebbe tutti i motivi per non farlo.
Ciò che permette a un reggicoda dell’esistente di sostenere l'abolizione del copyright è la mutazione del sistema di dominio che, dopo aver affidato per secoli la propria sopravvivenza alla conservazione dell'ordine delle cose, fa dell’innovazione la garanzia della propria perpetuazione. Il potere non rimane più attaccato con i denti e con le unghie al passato e alle sue forme, ma al contrario si riproduce aggiornandosi continuamente, preparando il futuro per poterlo controllare. Ecco spiegato come il copyright possa essere visto come un ostacolo al dinamismo del capitale, un intralcio alla circolazione di beni e di merci. Perché far pagare a uno schiavo le catene che lo imprigionano; non è più sicuro regalargliele, senza correre rischi?
Così, dietro alla richiesta dell'abolizione del copyright rivendicata da alcuni come "nuovo diritto sociale" si cela un'esplicita richiesta di efficienza, l'esigenza di fare andare avanti le cose senza perdere tempo, nella certezza che le perdite economiche che forse deriverebbero dalla scomparsa dei diritti d'autore sarebbero comunque ininfluenti rispetto ai vantaggi offerti — in termini di stabilità e di controllo sociale — dalla rapidità di diffusione delle merci. Non sappiamo se il capitale sarà tanto intelligente da rinunciare ad una fonte di profitto, trasgredendo una delle sue stesse regole fondamentali. Certo, la cosa ci appare piuttosto improbabile — considerando il fatto che una eventuale abolizione del copyright potrebbe costituire un pericoloso precedente — ma non impossibile.
Ma in fondo, anche se ciò accadesse, cambierebbe forse qualcosa per noi? Saremmo solo più "liberi" di produrre e di consumare merci.
Dove i furbi sostenitori dell'abolizione del copyright dimostrano la propria miseria, è nella richiesta che venga riconosciuto un "diritto sociale". Rivendicare un diritto, qualsiasi esso sia, non costituisce forse un'ulteriore legittimazione dello Stato? Chi chiede diritto dice dovere. Diritti e doveri esistono quando esiste una forza esterna in grado di stabilirli, di amministrarli e di punirne la trasgressione: lo Stato. Questi democratici critici del copyright danno una mano in più al potere per aggiornarsi, indicandogli i suoi possibili punti deboli; anche utilizzando una fraseologia "radical", non riescono comunque a nascondere la loro malafede, quando criticano il copyright mentre ne fanno uso a piene mani.
Ma, oltre ai servi che dicono di voler "abolire" il copyright, ci sono anche compagni che lo utilizzano tranquillamente. Ce ne siamo chiesti le ragioni e siamo riusciti a trovarne alcune:
a) una certa indolenza mentale che porta a riprodurre comportamenti altrui senza domandarsi il perché;
b) le segrete brame di chi in cuor suo auspica di veder riconosciute il proprio genio;
c) lo spirito del quieto vivere di chi, pur di non avere grane, è disposto a pagare, pagare, pagare.
Per parte nostra, il rifiuto che facciamo del copyright non lo riconduciamo ad una questione di diritto, ma di libertà. In altre parole lo combattiamo perché siamo intenzionati a demolire questo mondo e quindi le sue regole basate sulla proprietà, sul profitto, sul lavoro, sulla gerarchia.
Ecco perché chiunque può usare il nostro materiale, senza chiederci permessi di sorta, senza comunicarcelo e senza citare la fonte, proprio come faremo noi, infischiandoci di possibili multe o malumori.
Prendere ciò di cui si ha bisogno e ciò che si desidera, liberamente e gratuitamente, senza pagare e senza chiedere permessi.

http://finimondo/

Censura, prohibición y copyright: EEUU y su encrucijada contra la libre expresión cibernética


El Congreso de Estados Unidos podría aprobar una iniciativa supuestamente diseñada para combatir la piratería en internet, pero que en realidad terminaría por sepultar la relativa libertad de la que actualmente goza.

Desde hace tiempo hemos propuesto en Pijama Surf la necesidad de generar una red alterna a Internet, libre de intereses corporativizados y de una entidad central que regula, en última instancia, lo que sucede en esta “red de redes”. Diversas voces, como el téorico mediático Douglas Rushkoff, han denunciado que la actual condición de Internet en realidad no responde ese idílico shangri la digital que muchos pensamos que encontraríamos en esta nueva arena de intercambio, sino que, por el contrario, se trata de un sistema centralizado y por lo tanto controlable, dentro del cual, al igual que en prácticamente todos los rubros de la sociedad contemporánea, las agendas que mayor peso tienen son aquellas delineadas por gobiernos y corporaciones.

Pero más allá de esta pertinente reflexión, también resulta innegable que desde la consagración de Internet como una herramienta cotidiana para millones de personas, este ha generado múltiples consecuencias benéficas. Por este medio hoy podemos visualizar colectivamente, con inédita fidelidad, nuevos modelos de organización ciudadana, sistemas descentralizados de intercambio de información y formas alternativas para nuestras estructuras económicas.

en cualquier caso, mientras concretamos la creación de un Internet alternativo, valdría la pena defender las virtudes del que opera en la actualidad. Y precisamente mantener una buena parte de estas mieles digitales, de las que hemos gozado en los últimos años, es lo que está en juego con la nefasta iniciativa legislativa que en estos momentos se discute en el Congreso estadounidense. El SOPA (Stop Online Piracy Act) plantea la posibilidad de otorgar a los propietarios de los derechos industriales de material sonoro, audiovisual, fotográfico y editorial, el poder para aislar e incluso cerrar sitios que violen el flagrantemente caduco concepto de Copyright.

La iniciativa fue propuesta por el legislador republicano de Texas Lamar Smith, y existen altas probabilidades de que sea aprobada, ya que cuenta con el respaldo de un multimillonario cabildeo patrocinado por grandes corporaciones que tienen enormes intereses financieros en juego. En caso de aprobarse, lo único que podría revocarla sería un veto directo del presiente Obama.

En pocas palabras, si esta iniciativa se implementa, el gobierno estadounidense tendría las facultades para etiquetar cualquier sitio web que publique material que infrinja derechos de propiedad industrial o intelectual, utilizando filtros de DNS (los cuales ya están controlados por la ICAAN), lo cual imposibilitaría a cualquier usuario acceder a estos sitios y por lo tanto estarían condenados a la extinción. Este recurso es similar al que actualmente emplean los gobiernos de China e Irán para censurar sitios que publican contenido “incómodo”.

Esta medida pondría en jaque a cientos de servicios en Internet, ya que, por ejemplo, si en un foro, una red social o incluso un servicio de correo electrónico un usuario enviara o publicara un contenido “ilegal”, este sitio correría el riesgo de ser clausurado. El gobierno podría retirarle sus ganancias y obligar a los buscadores a que los bloquearan. Evidentemente estos servicios estarían obligados a tomar medidas, traducidas en un minucioso control, para evitar que cualquiera de sus usuarios incurriera en alguno de estos actos.

Obviamente, y al igual que el tratado internacional conocido como ACTA, SOPA ha generado la movilización de cientos de organizaciones civiles y grupos de activismo digital. Pero a diferencia de lo que suele suceder, en esta ocasión no están solos, ya que algunas de las personalidades más influyentes de Silicon Valley, incluyendo los altos ejecutivos de las más poderosas corporaciones del universo internetero, se han manifestado explícitamente en contra de esta iniciativa (afortunadamente también hay intereses corporativos del otro lado, lo cual da la esperanza de que no se apruebe, aunque no deja de ser triste que esta sea la carta más fuerte de los que combaten esta propuesta).

Eric Schmidt, el CEO de Google, arremetió contra la iniciativa durante una conferencia en el MIT: “Las solución es draconiana. Hay una iniciativa que requeriría a los proveedores de servicios de internet remover los URL de la Red, a lo cual, hasta la última vez que revisé mi manual, se le llama censura”. En lugar de esto, Schmidt propone que aquellos sitios que lucren con contenido, violando el Copyright, sean monitoreados por el gobierno, en especial en los reportes de sus ganancias.

Compañías de la talla de Google, Facebook, Yahoo, eBay y Twitter se unieron para desplegar un comunicado en el New York Times en el que advirtieron: “Estamos preocupados porque estas medidas representan un serio riesgo para la innovación y generación de empleo que nuestra industria ha aportado, así como para la seguridad cibernética de nuestro país”. Tumblr, el servicio de blogging, , agregó: “Como se ha dicho, traicionarían más de una década de políticas en Estados Unidos que abogan por la libertad en Internet, al establecer un sistema de censura que utiliza las mismas tecnologías que han implementado naciones pioneras en censurar como Irán y China”.

Desde la consagración de Internet, el marco legal adoptado en Estados Unidos para regular la Red ha servido como un estándar internacional, por lo que, de aprobarse la iniciativa SOPA, ello repercutiría a corto plazo en las legislaciones de otros países. Así que sin importar el país en el que te encuentres, si disfrutas de lo que queda de libertad en Internet, te invitamos a difundir esta nota y a firmar también la siguiente petición, la cual, por cierto, supera ya el medio millón de personas: Avaaz – Salvemos Internet
http://www.avaaz.org/es/save_the_internet/?v

Por PijamaSurf.com

http://metiendoruido.com/2011/11/censura-prohibicion-y-copyright-eeuu-y-su-encrucijada-contra-la-libre-expresion-cibernetica/

domenica 30 ottobre 2011

Festival Fábrica de Fallas: Cultura Libre y Copyleft: 5 y 6 de noviembre


Festival Fabrica de Faias: Cultura Libre y Copyleft
5 y 6 de noviembre, 2011
La Perrera
Santiago de Chile
Proveniente del ámbito del software, el termino Copyleft ha pasado a ser una bandera de lucha frente a los monopolios del conocimientos. Las grandes corporaciones, que cada día amplían más sus dominios, han usurpando y acaparando sabidurías ancestrales, e incluso han llegado a patentar seres vivos. El operar de las corporaciones, avalado por leyes de hace ya varios siglos, sólo busca el lucro con los bienes culturales, y al mismo tiempo controlar la creatividad y el flujo del conocimiento; intentan negarnos la oportunidad que las nuevas tecnologías nos ofrecen de ejercer nuestro derecho a utilizar, modificar, compartir, intercambiar y distribuir nuestros conocimientos libremente, creando redes que puedan llegar a todos de manera igualitaria. La cultura está constituida por toda la información, las manifestaciones y habilidades que poseemos en tanto miembros de una sociedad, y es necesario que estas sean libres de la explotación comercial e industrial, no debe convertirse en un bien de consumo.
Fabrica de fallas se plantea como un espacio de encuentro e intercambio entre experiencias vinculadas a la cultura libre y el copyleft, pensándolo más allá de una nueva manera de compartir nuestra música, videos, textos, software, recetas, bailes, costumbres, semillas, productos e inventos, si no como la búsqueda de otra manera de relacionarnos con los otros y de recuperar nuestro derecho a decidir como queremos habitar el mundo, porque la cultura libre puede ser entendida como toda práctica que extienda los márgenes de libertad del ser humano
En momentos en que vemos como un modelo económico y de organización hace crisis, juntarnos y ver como estamos generando, desde nuestra área de trabajo, instancias de autonomía y autogestión en practicas cotidianas, aparece como una necesidad y una buena oportunidad de buscar colectivamente las respuestas a las preguntas y contradicciones que nos plantea vivir dentro de este sistema, que no nos gusta, pero del que de uno u otro modo somos parte, y por eso lo podemos hacer fallar.

http://fabricadefallas.wordpress.com/

domenica 16 ottobre 2011

24 ottobre-omercato | Leave a comment Chi scriverà la nostra storia? @ Cascina Torchiera Milano it


“Chi scriverà la nostra storia?” memorie di autogestioni reali e digitali.

Presentazione di Arkiwi.org e discussione su editing, formati, licenze copyleft, file sharing e peer2peer.

http://www.arkiwi.org/

Arkiwi e’ un archivio trasversale di documenti audio e video, che considera la conoscenza come un bene da condividere e quindi moltiplicare. E’ un progetto no-profit sviluppato da programmatori/designer non retribuiti per questo. Nasce da un bisogno, quello di avere una piattaforma sicura e politicamente corretta per i propri lavori video/audio.

Per iniziare il discorso un buon spunto è sicuramente la lettura di questo articolo dei Wu Ming. Per saperne di più su Arkiwi consultare il wiki del progetto.

http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=1120

http://wiki.arav.ventuordici.org/index.php/ARAV

Vi aspettiamo per discuterne.
Lunedì 24 Ottobre dalle ore 19.00 con:

http://torchiera.noblogs.org/

martedì 11 ottobre 2011

NO COPYRIGHT


No copyright

Ciò che è di questo mondo ha un prezzo. Nulla sembra sottrarsi a questa legge imperativa. Qualunque cosa desideriamo, la dobbiamo pagare. Il copyright, la «riserva del diritto d'autore sulla riproduzione di un'opera» (libro, disco, programma che sia), è un chiaro esempio di come sia il denaro a scandire la nostra vita, a regolarla e ad orientarla.

Quando andiamo in libreria e acquistiamo un libro, sborsando una somma più o meno elevata, ne usciamo solitamente soddisfatti di poter godere un bene che riteniamo di aver liberamente scelto. Ma non è proprio così. La nostra scelta dipende dalle nostre possibilità economiche, dalla selezione di libri che qualcuno ha messo "a nostra disposizione"; qualcuno che a sua volta ha dovuto scegliere fra i libri che un altro ancora ha scelto per lui. Dunque il lettore è condizionato dalle scelte del libraio, che è condizionato dalle scelte del distributore, che è condizionato dalle scelte dell'editore.

Il risultato di questo iter non ha nulla a che vedere con il nostro "sapere" e la nostra "cultura", ma solo col conto in banca dei tanti bottegai. In tutto ciò il copyright svolge un ruolo importante, determinando le scelte di un editore, il prezzo di un libro, la sua stessa presenza in libreria, fino alla nostra possibilità di acquisto. Serve cioè ad arricchire chi sfrutta un nostro desiderio: leggere un libro, ascoltare un disco o quant'altro. Come ogni proprietà, esso è un furto.

Da queste semplici considerazioni si potrebbe arguire che chi sostiene il copyright sia chi crede nella proprietà e nello sfruttamento e chi lo rifiuta si batta contro questo mondo basato sul profitto. Invece no. Basta darsi una occhiata attorno per accorgersi di come le carte si siano mescolate, al punto che oggi è possibile sentir criticare l'utilizzo del copyright da chi non ha alcun interesse a cambiare le cose, mentre lo si vede non di rado usare da chi avrebbe tutti i motivi per non farlo.

Ciò che permette a un reggicoda dell’esistente di sostenere l'abolizione del copyright è la mutazione del sistema di dominio che, dopo aver affidato per secoli la propria sopravvivenza alla conservazione dell'ordine delle cose, fa dell’innovazione la garanzia della propria perpetuazione. Il potere non rimane più attaccato con i denti e con le unghie al passato e alle sue forme, ma al contrario si riproduce aggiornandosi continuamente, preparando il futuro per poterlo controllare. Ecco spiegato come il copyright possa essere visto come un ostacolo al dinamismo del capitale, un intralcio alla circolazione di beni e di merci. Perché far pagare a uno schiavo le catene che lo imprigionano; non è più sicuro regalargliele, senza correre rischi?

Così, dietro alla richiesta dell'abolizione del copyright rivendicata da alcuni come "nuovo diritto sociale" si cela un'esplicita richiesta di efficienza, l'esigenza di fare andare avanti le cose senza perdere tempo, nella certezza che le perdite economiche che forse deriverebbero dalla scomparsa dei diritti d'autore sarebbero comunque ininfluenti rispetto ai vantaggi offerti — in termini di stabilità e di controllo sociale — dalla rapidità di diffusione delle merci. Non sappiamo se il capitale sarà tanto intelligente da rinunciare ad una fonte di profitto, trasgredendo una delle sue stesse regole fondamentali. Certo, la cosa ci appare piuttosto improbabile — considerando il fatto che una eventuale abolizione del copyright potrebbe costituire un pericoloso precedente — ma non impossibile.

Ma in fondo, anche se ciò accadesse, cambierebbe forse qualcosa per noi? Saremmo solo più "liberi" di produrre e di consumare merci.

Dove i furbi sostenitori dell'abolizione del copyright dimostrano la propria miseria, è nella richiesta che venga riconosciuto un "diritto sociale". Rivendicare un diritto, qualsiasi esso sia, non costituisce forse un'ulteriore legittimazione dello Stato? Chi chiede diritto dice dovere. Diritti e doveri esistono quando esiste una forza esterna in grado di stabilirli, di amministrarli e di punirne la trasgressione: lo Stato. Questi democratici critici del copyright danno una mano in più al potere per aggiornarsi, indicandogli i suoi possibili punti deboli; anche utilizzando una fraseologia "radical", non riescono comunque a nascondere la loro malafede, quando criticano il copyright mentre ne fanno uso a piene mani.

Ma, oltre ai servi che dicono di voler "abolire" il copyright, ci sono anche compagni che lo utilizzano tranquillamente. Ce ne siamo chiesti le ragioni e siamo riusciti a trovarne alcune:

a) una certa indolenza mentale che porta a riprodurre comportamenti altrui senza domandarsi il perché;

b) le segrete brame di chi in cuor suo auspica di veder riconosciute il proprio genio;

c) lo spirito del quieto vivere di chi, pur di non avere grane, è disposto a pagare, pagare, pagare.

Per parte nostra, il rifiuto che facciamo del copyright non lo riconduciamo ad una questione di diritto, ma di libertà. In altre parole lo combattiamo perché siamo intenzionati a demolire questo mondo e quindi le sue regole basate sulla proprietà, sul profitto, sul lavoro, sulla gerarchia.

Ecco perché chiunque può usare il nostro materiale, senza chiederci permessi di sorta, senza comunicarcelo e senza citare la fonte, proprio come faremo noi, infischiandoci di possibili multe o malumori.

Prendere ciò di cui si ha bisogno e ciò che si desidera, liberamente e gratuitamente, senza pagare e senza chiedere permessi.

[Da "Gratis - Catalogo in rivista", novembre 1993]